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Conseguenze psicologiche del Coronavirus: cosa succede nella nostra testa?

Conseguenze psicologiche del Coronavirus: cosa succede nella nostra testa?

Il Coronavirus ha modificato e continua a cambiare le nostre vite. Questo nemico invisibile e spaventoso ci fa boccheggiare in uno stato di apnea perenne. Dalla paura del contagio al timore per le conseguenze socio-economiche della pandemia: per tantissimi italiani l’emergenza sanitaria da Covid-19 in corso ha avuto o potrebbe avere risvolti psicologici devastanti. 

Le conseguenze per la salute mentale del COVID-19 sono già visibili e, senza essere nemmeno troppo pessimisti, raggiungeranno solo tra un po' il loro picco massimo, per durare più a lungo dell’attuale pandemia.

Tra i disturbi psicologici maggiormente lamentati ci sono ansia e panico, sintomatologia ossessivo-compulsiva, insonnia, problemi digestivi, oltre a sintomi depressivi e da stress post traumatico. Questi non sono solo la diretta conseguenza della pandemia, ma principalmente effetto dell’isolamento sociale prolungato.

La rivista di medicina The Lancet ha recentemente pubblicato un articolo da cui emerge un quadro chiaro e allarmante: periodi di isolamento, anche inferiori ai 10 giorni, possono avere effetti a lungo termine, con presenza - fino a tre anni dopo - di sintomi psichiatrici.

Seppur necessario per limitare la diffusione dell’epidemia, l’isolamento prolungato può influire negativamente sulla salute delle persone, andando a deprimere i naturali canali di espressione e piacere dell’uomo, con conseguente deflessione dello stato d’animo, infatti, come ci ricorda il filosofo greco Aristotele, l’uomo è un “animale sociale”, assolutamente incapace di vivere isolato dagli altri, in quanto l’assenza di relazioni non permette lo sviluppo dell’identità personale e l’esercizio della ragione. Mentre i livelli di stress ambientale continuano a crescere, si assiste, infatti, al deterioramento delle relazioni. Allo stesso modo, trascorrere insolite quantità di tempo insieme in spazi ristretti e spesso inadatti allo scopo accresce il rischio di conflitti e violenza domestica.  L’isolamento sociale prolungato genera, di contro, profonda solitudine in coloro che vivono soli o non possono contare su una rete sociale adeguata, aumentando così la probabilità che emergano sintomi depressivi.

I soli fattori di stress ambientale che caratterizzano questo particolare momento storico suggeriscono chiaramente il rischio di una nuova epidemia, e questa volta a soffrirne potrebbe essere la nostra salute mentale; esaurimento psicofisico, ansia, paura e dolore, angoscia, trauma, rabbia, queste emozioni si alternano, si mescolano, e crescono in intensità fino a travolgere la persona e sfociare in disturbi psicologici clinicamente significativi, come la “depressione reattiva”.

Mentre la crisi COVID-19 aumenta il rischio di depressione, la depressione inficia la capacità individuale di risolvere i problemi, stabilire e raggiungere obiettivi, e funzionare in modo efficace, al lavoro e nelle relazioni, rendendo ulteriormente difficoltoso il recupero dalla crisi.

Infatti, seppur si manifesti in modi diversi, alla base della depressione vi è sempre un atteggiamento rinunciato. Nelle persone viene progressivamente meno qualsiasi forma di reazione attiva di fronte alle difficoltà della vita: si tende sempre di più a lamentarsi, sfogarsi e affidarsi completamente agli altri nella gestione di sé stessi, tutte azioni di delega, quindi di rinuncia.

Sentirsi sicuri e protetti è una delle esigenze primarie fondamentali nell’essere umano per potersi muovere liberamente nel mondo circostante, così come la sensazione di avere il controllo sugli eventi della propria vita. Quando tutto ciò viene a mancare, quando incomincia a svilupparsi la credenza che qualunque cosa facciamo non migliorerà le cose, ecco che prende piede un senso di “impotenza appresa”, che blocca ogni possibilità di liberazione o cambiamento.

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